lunedì 18 aprile 2011

CONTRIBUTI E APPUNTI


Addentrarsi (su Esercizi di Rianimazione di Cosentino/Picciotti)
 Addentrarsi.
Cercare, tentare, rischiare, mostrare una prova, un percorso, non un punto di arrivo, ma la volontà estrema di percorrere quella strada e di sperimentare, non già di arrivare a conclusione.
Che forse il punto di arrivo, famosa retorica che ci insegnano non appena approdiamo nel mondo del teatro, non è importante quanto i mezzi e le strade che usiamo e attraversiamo per arrivarci.
E tutto il materiale che si utilizza davvero, concretamente lo ritroviamo lì sulla scena.
E anche l'attore, svestito della sua maschera più forte e compiuta, torna a svelarsi pian piano e si lascia semplicemente trasportare dall'esperimento.
Si lascia condurre in un territorio che nessuno conosce.
Si lascia sedurre finalmente dall'atto puro di fare teatro e di tornare a cercare (come ci insegnava Elsa Morante... Di tornare a cercare).
Per questo ridiamo, ma portandoci a casa il nostro silenzio nella tasca della giacca o intrecciato alla sciarpa.
E ritroviamo una serie di piccoli interrogativi nascosti.
E piccole desolazioni e piccole verità e piccolissime lacrime.
Forse non sappiamo cosa sia accaduto davvero in strada o nella sala pulsante di respiri e di muscoli doloranti, uno accanto all'altro da sentirne quasi il movimento dei pensieri o il flusso dell'attenzione più rilassata. Ma in fondo sappiamo che l'azione più importante che è avvenuta è che c'è qualcuno che si è rimesso in gioco. Che si è messo in discussione e che ha provocato, non tanto il pubblico ma se stesso.
E non intendo la provocazione fino a se stessa che molto spesso ci lascia come una programma di spicciola euforia adolescenziale, ma la provocazione che porta con se una serie di conseguenze. E di effetti.
E soprattutto è avvenuta per la prima volta dopo tanto tempo, la messa in discussione di sè. Sì, perchè quando torni a cercare con la semplicità e la purezza primitive (che si trovano solo quando hai davvero la necessità di trovare qualcosa), davvero ti metti in discussione. Ti devi smontare (come erano fatti a pezzi tuti i materiali usati in scena), devi ricominciare da capo e trattare come massa informe tutto quello che sei.
Per non presentare alla fine dei conti la prossima produzione della compagnia attorno al senso della vita e di questa crisi, ma per approdare al lavoro più profondamente umano di due attori che incontrandosi hanno iniziato un vero lavoro insieme.
Utilizzare la crisi e le incertezze che annebbiano i nostri sensi, e la nostra intelligenza molto spesso, per produrre un nuovo senso, per proporre, stimolare, alleggerire e poi scavare dentro le viscere. Non più dimostrare di essere artisti e per questo superiori nel comprendere che cosa accade nel nostro momento storico, ma essere umani.
Mi piace ripetere la parola semplicemente, perchè è questo ci manca di più: la semplicità.
E invece qualche sera lì è avvenuto un fatto che si può definire (ahimè) straordinario. Siamo tutti tornati bambini. Ma non perchè abbiamo nostalgia del piccolo principe o della favole della buonanotte, ma perchè abbiamo guardato, osservato e ascoltato un intero lavoro senza il giudizio più assoluto di ricchi intellettuali - teatranti - letterati- critici - alto borghesi migliori del resto del mondo perchè ne abbiamo capito le regole, ma solo per accogliere realmente quello che ci veniva offerto: uno scambio, un esercizio e fulminanti punti d vista che possiamo mettere in discussione o utilizzare per renderci conto che tutto quello che sappiamo forse non è tutto. Non ci basta. O dobbiamo usarlo per andare avanti.
Quello che davvero è accaduto seppure per pochi dolcissimi attimi, è prezioso: si parla di umanità. Si parla all'umanità, in diversi sensi.
Sull'arte e sull'accattonaggio. Sul mendicare e sul creare, sul lamentarsi e sul giocare, sulla tenerezza e sulle urla scomposte, sul nostro corpo e su quello di giocattoli,
Ma senza la presunzione nauseabonda di chi sa di aver ammaliato una folla di spettatori (esagero un pò, ma è questo lo spettacolo che mi si presenta da un pò di tempo a questa parte).
Solo con la volontà di affrontare il problema più grande di oggi, e con una risata o una lacrima di commozione o un gesto d'impeto rabbioso o con una carezza delicata, o con un buffo guanto di gommapiuma sulla mano, non tanto risolveremo, bensì riusciremo a individuare la possiblità di creare alternative ai facili isterismi cui siamo tutti facile preda (me compresa).
Ringrazio profondamente Andrea e Francesco, perchè sono convinta di avere imparato qualcosa...
Sto cercando di capire cosa; qualcosa dentro si sta muovendo, sta esplodendo, mi sta esplorando, piano piano emerge, poi si assopisce di nuovo, poi di nuovo forse s'illuminerà, ma sono felicemente convinta di avere assistito ad un piccolo miracolo, in cui si affronta l'umanità, noi che viviamo questo momento storico, sociale, privato, politico, artistico, familiare, naturale.
Si è creata una vera relazione, in barba a tutte le bugie e le strategie che arrangiamo ogni giorno. E noi ne eravamo i protagonisti insieme ai clown che sperimentavano possibilità e respiri.
Semplicemente eravamo parte della storia, come nel mondo là fuori. Mentre le cose accadono noi guardiamo. E mentre noi accadiamo le cose si fermano a guardare.
E tutto non può terminare che un caloroso e sincero grazie.

Chiara Fallavollita
21 ottobre 2010

giovedì 14 aprile 2011

MATERIALI E RIFLESSIONI - Nono incontro

LE RIFLESSIONI CRITICHE DI RODOLFO SACCHETTINI

Ambra Senatore: a passi di ironia

Nell’incontro pubblico con Ambra Senatore, dopo la sua breve azione coreografica realizzata con Caterina Basso tratta dall’ultimo spettacolo Passo, sono emerse alcune questioni riconducibili in parte al tema dell’ironia. Che cos’è l’ironia? Come funziona? Che tipo di relazione si innesca con il pubblico? E soprattutto come viene oggi trattata l’ironia, che uso se ne fa e che implicazioni comporta? La sensazione è che in questi ultimi decenni all’ironia si ricorra in maniera sempre più diffusa, come fosse un salvagente. Da strumento di intelligenza e di analisi pare allora trasformarsi in arma, dispiegata per salvaguardare la superficie delle cose, per bloccare slanci o desideri di profondità. Invece di stimolare i pensieri, spingerli sempre più avanti, l’ironia di oggi, spesso brutale e rozza, tarpa le ali, legittima la stupidità. Ma questa non è più ironia evidentemente, bensì la sua degradazione. Di questi tempi, nelle conversazioni, l’”ironia” cialtrona fa ovunque la sua comparsa come un disco rotto, tramuta la riflessione in barzelletta, semplifica, rende tutto ammissibile, detta il ritmo dei dialoghi, dando vita a tratti a una sorta di contrappunto del consenso come fa la risata registrata in una sit-com. L’ironia cialtrona-televisiva tramuta immediatamente la critica in chiacchiera e di questi tempi non c’è da stupirsi: è cosa impervia essere rigorosi, prima di tutto con noi stessi, sforzandosi di distinguere il più possibile la natura di ciò che si ha davanti. Lavorare seriamente con l’ironia è insomma molto difficile e ci vuole una certa grazia, quella del saper stare dentro e fuori le cose, che, molto spesso in scena il “corpo”, col suo strenuo esercizio di una qualità, la presenza, riesce a mantenere meglio rispetto alla “parola”, che appare spesso davvero usurata e consunta, difficile da rianimare.
Cercare di instaurare una relazione “ironica” tra scena e pubblico significa tenere in conto contemporaneamente più livelli di significato; se è vero che l’ironia – semplificando al massimo – è l’affermazione di una cosa per intenderne un’altra (solitamente il suo opposto), il contratto con lo spettatore andrà sempre disegnato in maniera sottilmente ambigua. Guardiamo a cosa accade nella performance della Senatore, ad esempio. A quale livello qui dobbiamo attenerci o, in altre parole, che cosa si sta dicendo su quella scena?  Non si tratta certo di far la morale o di dare dei “messaggi”, ma qualcosa di piuttosto chiaro viene “detto”, e ciò avviene tramite il linguaggio del corpo. Le due danzatrici danno vita nell’arco di pochi minuti e con una certa grazia a una partitura di gesti che paiono continuamente giocare sulla sorpresa. Sembra quasi che le danzatrici si sorprendano dei propri gesti, come “costrette” a eseguire una coreografia, senza aver però la certezza di come questo gioco andrà a finire. Basso e Senatore, con la medesima parrucca e gli stessi abitini, si presentano come due “sorelline”, o addirittura due cloni, in gara forse per il raggiungimento del fantomatico modello comune. Una certa idea di danza, una certa estetica, un certo modo di ammiccare al pubblico funzionano da modello omologato e omologante al quale inavvertitamente si prova a resistere (da parte delle performer, ma anche del pubblico). L’errore e alcune emozioni umane (l’imbarazzo, il pudore, la sgangheratezza) diventano allora gli antidoti a degli stereotipi che imprigionano il corpo, lo bloccano e lo normalizzano. In questa dinamica la coreografia della Senatore prova a costruire non delle vere e proprie narrazioni, ma delle micro-storie, mirco-climi emotivi, riconducibili a un universo umano sghembo e in difficoltà, ma sostanzialmente “simpatico”. Perché simpatico? Perché passibile di identificazione: dietro alla perfezione, fredda e meccanica, del modello si compie lo scarto scivoloso dell’ironia che nasconde e rivela a tratti l’ombra della normalità. Una normalità, che si affanna, più fragile e più calda, e che alle prese con la sua complicata e viva esistenza, può mostrarsi come “eccezione” e finalmente riguardarci.
Che tipo di evoluzione può avere questa dinamica, questa applicazione così corretta di un dispositivo retorico molto semplice? Le strade sono ovviamente tante e inaspettate, e tante le possibili derive, ma dal dialogo con la Senatore emerge un’interessante necessità di continuare a costruire spessore intorno a queste “figure”, forse necessariamente nate in una sorta di scarto bidimensionale, ad andare più a fondo nel ritrarre la “varia umanità”; tramite il linguaggio della danza raccontare i tic, le smorfie, le irregolarità dell’essere umano. È forse proprio in questo scivolamento di piani, dal lineare al franto, che quella ironica diventa una possibile chiave per scandagliare così anche il versante dell’ombra, affondare i propri passi nel “grottesco” – oggi poco e male frequentato dal teatro – per accettare l’enigma della “mostruosa normalità”, quella delle nostre facce e dei nostri corpi.

Rodolfo Sacchettini
19 novembre 2010 


giovedì 3 marzo 2011

MATERIALI E RIFLESSIONI - Sesto incontro



LE RIFLESSIONI DI DARIO AGGIOLI/TEATRO FORSENNATO

Essere chiari, dare una risposta chiara, dover chiarire il proprio pensiero...
Per ogni domanda c'è una risposta? E' una sola?
La contraddizione è un problema o un valore? Una forza o una debolezza?
Per me rispondere è una violenza su me e su chi porge la domanda.
Durante l'incontro ho dato risposte chiare? Ho trovato una modalità
per spiegare il mio lavoro?
Forse il mio lavoro è non essere chiaro.
Io cerco una domanda chiara.
La domanda è un motore, una forza propulsiva, è un approccio erotico.
La risposta è un muro, la morte, è pornografia.
Il nostro teatro è erotico, non pornografico. Non cerchiamo il nuovo,
la risposta a tutto, non cerchiamo lo spettacolo perfetto.
Mio nonno, il più grande artista che io abbia mai conosciuto, quando
mi iniziò al disegno mi disse: "chi cerca la perfezione non è un
artista, è un morto de sonno! Lo capirai, disegna che lo capirai...".
Chi dalle domande cerca una risposta ha un approccio pornografico.
Vuole toccare la verità, tastarla, penetrarla.
Io invece voglio sedurla, ingannarla, ingannarmi, innamorarmi, desiderarla.
Quale è il metodo di Teatro Forsennato?
Un metodo, una metologia, un applicazione identica per ogni spettacolo
o per ogni spiegazione è pornografia!
Qual è il punto fermo di ogni nostro lavoro? Lo spettatore, lo spazio,
il momento: questi punti sono sfuggenti? Ogni volta sono diversi? Non
ci danno certezze?
Noi cerchiamo ogni volta come innamorarci di una storia, come sedurre
uno spettatore, come godere insieme.
Vogliamo accompagnare lo spettatore, camminare accanto a lui, non
manipolarlo o guidarlo. Chiedere a lui dove vuole andare...
Non chiedetemi di essere chiaro, non posso esserlo, non so esserlo,
non voglio esserlo.
Chi cerca la strada? Chi sa dove si trova o chi si è perso?

Spero di non essere stato chiaro
Dario Aggioli - Teatro Forsennato
8 novembre 2010

sabato 5 febbraio 2011

OSSERVATORIO CRITICO UNIVERSITARIO - Decimo incontro

Decimo incontro - 26, 27, 28 novembre 2010

Novo Critico 2010. "Tre giorni per One Day"
accademia degli artefatti incontra Andrea Porcheddu





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Lo studio proposto dall’Accademia degli Artefatti al Kollatino Underground è ciò che rimane di un progetto da presentare al Roma Europa Festival nel 2008. Progetto fallito per abbandoni produttivi. Di questo abbandono lo studio presenta tutti i sintomi: anaffettività verso gli oggetti di scena, barbe incolte e volti solcati da profonde occhiaie. Si tratta di uno studio presentato a luci accese con copioni alla mano e attori che vanno e vengono dalla platea alla scena. La forma è subito convincente perché si presta in maniera efficace al contesto in cui viene proposta: l’Accademia degli Artefatti ci offre materiale nudo, pronto ad essere vivisezionato, studiato, analizzato.
Lo studio si presenta sotto forma di episodi. Il primo episodio o della donna-pesce è attraversato da originali riflessioni sulla forza dirompente della visione laterale e da chiari riferimenti a certi panorami inquietanti della cinematografia degli ani ’70-’80: Funny Games di Haneke e Strade perdute di Lynch. In un certo senso la dimensione onirica, dissacrante e inquietante dei frammenti citati durante il primo episodio, si presta bene all’umore dello studio presentato dall’Accademia degli Artefatti: i dialoghi degenerano sempre in sit-com paradossali, costellate di nonsense, di perdite momentanee di memoria, di inversioni dei ruoli. Il gioco è accattivante, per certi versi divertente, ma in qualche modo rallentato e reso prolisso dalla presenza dei copioni in scena: la lettura degli attori dilata i tempi della rappresentazione creando spazi vuoti che i performers riempiono sovraccaricando il repertorio gestuale ed espressivo di ornamentazioni, abbellimenti, modulazioni, fino a dare vita a perfette caricature di se stessi.
La seconda parte dello studio si apre col dirompente ingresso di un attore nudo dalla cintola in giù, interessante pretesto per indagare le dinamiche dell’attenzione, che scivola purtroppo in un più scontato gioco di doppi sensi sulle esigue dimensioni del membro. Peccato.
Il terzo episodio o dell’interrogatorio risulta molto interessante grazie alle evidenti capacità dei due attori che si muovono in sincronia perfetta lungo le traiettorie del testo: movimenti, toni, espressioni, tengono viva l’attenzione che altrimenti si perderebbe seguendo le linee confuse di un dialogo che procede a stento sul terreno scivoloso dell’assurdo.
L’ultimo episodio o dei pacchi, pur rievocando atmosfere beckettiane –i due protagonisti dell’episodio sembrano due moderni Vladimiro ed Estragone nell’attesa attuale di un significato che sfugge- non riesce a staccarsi dall’impianto teorico-demagogico sul concetto di libertà e  democrazia, lasciando inattuate le possibilità di una nuova clownerie di acrobazie del quotidiano.

Elena D'Angelo
Osservatorio critico Roma1

lunedì 31 gennaio 2011

OSSERVATORIO CRITICO UNIVERSITARIO - Nono incontro

Nono incontro - 12 novembre 2010
Novo Critico 2010. Ambra Senatore incontra Rodolfo Sacchettini




Passo
Parrucca verde, Vestito nero.


Immobile. Sotto il bagno di luce della lente Fresnel. Parrucca nera. Vestito verde. Il corpo esatto, come una figurina di cartone ritagliata con precisione estrema. Lentamente si anima. I primi istanti si popolano di movimenti robotici, inumani. Il corpo studia lo spazio, si intrattiene con le dinamiche del disequilibrio e della frammentazione, tagliando l’aria della piccola scena 4x4. Il silenzio della sala è animato dal respiro e dal ritmico scricchiolare delle tavole di legno. Poi: la musica. Il movimento si fa più fluido. Il mio occhio s’abitua, riconosce, non segue più col dito incerto le lettere di uno strano alfabeto, ma riesce a leggere parole, persino intere frasi.
L’immagine si moltiplica. Due corpi identici che in maniera identica si muovono nello spazio, raccontando una storia di gesti quotidiani, consueti. La mano che sistema i capelli dietro l’orecchio: istantanea di un’umanità che vuole rivelarsi nel flusso dell’agire danzato. Dalla superficie indistinta del movimento affiorano come guizzi dettagli che svelano l’individualità, spesso legati ad un errore volontario nell’esecuzione della coreografia. Come a dire: è nella deviazione dalla norma che l’individuo può sperare di affermare la propria unicità.
Tra gli applausi i miei occhi aspettano ancora, da dietro la tenda: Parrucca nera, Vestito verde. O ancora meglio: Parrucca verde, Vestito nero.

Elena D'Angelo
Osservatorio critico Roma1





L’inciampo

Che una caduta inaspettata generi uno scoppio di ilarità, immerga nel comico l’osservatore è dato per assodato, Charlie Chaplin e Buster Keaton la praticavano alla perfezione, da veri maestri dell’inciampo, si pensi al formidabile duetto in Luci della ribalta. La teorizzazione pirandelliana viene ad informare che il passaggio dal comico all’umorismo è un passo, breve. L’osservatore s’accorge della sofferenza del malcapitato, la sua risata si spegne. Il confronto coi grandi nomi può spaventare, perciò Ambra Senatore ha riposto in un cantuccio due regali, un libro e un cofanetto di dvd su Keaton, destinati a future letture e visioni, quando non avrà più il timore del paragone con quel grande cui non di rado viene accostata per le formule del suo teatro danza, dove alberga lo stupore, causato da un apparente imprevisto. Tutto in realtà è studiato alla perfezione; il doppio, un piede che cede, una parrucca che vola, una mano che si stacca vengono inseriti ad arte per stupire, disorientare. Contro la sicurezza, che vuol tornare ad insediarsi, immediata deve nascere una nuova forma, che sia tableau vivant o fermo immagine, capace di stupire ancora: perché nel futuro spettacolo di Ambra Senatore la danza sia come la vita, di continuo soggetta a metamorfosi, afferrabile e definibile per poco, poi di nuovo in evoluzione. Un incontro piacevole quello che segue la presentazione del lavoro, in cui giustamente il critico Sacchettini lascia che la Senatore continui a fare teatro mentre parla del proprio teatro.

Laura Pacelli
Osservatorio critico Roma1


Questione di tempi

Daria Deflorian ha scelto di non presentare alcun primo studio.
Da sottolineare questa volontà, non dettata dalle circostanze, di soffermarsi con e sulle idee prima di metterle in pratica. James Hilmman le fornisce il sostegno teorico “[...]le idee perdono vitalità quando vengono concretizzate. Devono essere covate per farne uscire di migliori”.
Ecco mi pare buona cosa questo suo non cedere all'ansia del risultato, al ricatto della formalizzazione e della produzione immediata. La necessità quindi di sostare, assecondare i tempi del pensiero,e non precipitarsi.
E' il rifiuto di quella che la Deflorian definisce la “condanna dell'esposizione”.
Che un artista cerchi il confronto col pubblico in questa fase iniziale di creazione, è raro.
Quando ad esistere è solo l'idea, nuda, senza ancora una traduzione scenica, esporsi al giudizio esterno può essere prematuro ma anche stimolante.
Ambra Senatore, diversamente dalla sua collega ha scelto di non cogliere questa occasione. Ci ha mostrato un estratto da “Passo”, spettacolo che ha già avuto modo di girare e ricevere riconoscimenti. Ha ritenuto opportuno dover necessariamente “mostrare”. Difatti il nuovo lavoro quello annunciato, tarda a vedere luce. La Senatore ce lo fa intuire nella discussione con il critico Rodolfo Sacchettini , esponendo anche i propri dubbi in merito alla sua idea iniziale : costruire un percorso di movimenti che compongano immagini cinematografiche. Nel dichiararsi probabilmente non all'altezza delle sue intenzioni , e nell'esprimere la preoccupazione di venir meno ad una certa tempistica, la Senatore ci ricorda che la creazione ha i suoi tempi. Tempi spesso dilatati, che possono portare a non essere “in tempo”. E mentre pensa e tentenna, ci racconta di come l'osservazione della realtà sia la sua principale fonte d'ispirazione: l' anziano marito che aiuta la moglie a salire tirandola lentamente per un braccio è un intero mondo di gesti, pose e atteggiamenti.
Errare è umano, si dice.”Passo” è volutamente disseminato di errori o “pennellate di umanità”, che intaccano l'apparente perfezione della danza. L'umanità è tutta in quelle mancanze,i n quei vuoti, in quel qualcosa che non torna e che devia dalle aspettative, è nel rifiuto della pienezza e della riproducibilità. Tutto questo è anche molto ironico. Ci si chiede allora cosa sia l'ironia e ci si interroga su i meccanismi del comico, che sono imperscrutabili e di difficile spiegazione. La comicità è in fondo una questione di tempi, non riproducibili con esattezza e precisione.

Giada Oliva
Osservatorio critico Roma2




giovedì 20 gennaio 2011

OSSERVATORIO CRITICO UNIVERSITARIO - Ottavo incontro

Ottavo incontro - 10 novembre 2010 

Novo Critico 2010. Daria Deflorian incontra Katia Ippaso



Sé come un altro.

Trattenersi, non mostrarsi per evitare l’eccessiva immediatezza e il finalismo progettuale.
Daria Deflorian sceglie per il pubblico di Novo Critico il racconto dell’idea cardine di Reality, futuro spettacolo che la vedrà protagonista insieme ad Antonio Tagliarini. Nessuna rappresentazione dunque, ciò che abbiamo al momento è la folgorazione di un inizio, l’incubazione entropica di un’idea. L’incontro con il soggetto, racconta l’artista, avviene durante un’assolata domenica di marzo: Daria si imbatte per caso nella storia di Janina Turek, casalinga di Cracovia che dal 1943 al 2000, anno della morte, racconta i dettagli della propria quotidianità senza interruzione e senza mai renderli pubblici. A poco a poco, la scrittura diventa il suo mestiere: i più banali e irrilevanti dettagli vengono annotati su 748 quaderni, quasi si trattasse di libri contabili. Janina non scrive mai di sé, e quando accade lo fa in terza persona, guardandosi vivere. L’intuizione artistica è imperiosa, categorica; il primo impatto fortemente emotivo. Ossessione patologica o meno, poco importa. Il racconto della Deflorian è commovente e commosso, la sua immagine della donna che spiò se stessa quasi come fosse una necessità imprescindibile, è felice e rispettosa. Forse ancora troppo partecipata. Per la domanda di Katia Ippaso sulle modalità della messa in scena non c’è ancora  una risposta precisa. Ciò che è certo sono i molteplici interrogativi che la storia pone agli artisti e al pubblico. E il futuro titolo sintetizza e non lascia scampo: Reality contiene in sé il rapporto tra il reale e la sua rappresentazione. Ci troviamo ancora una volta a riflettere sul paradosso del Teatro, che è per definizione vita artificiale, si, ma partecipata, e che tanto si discosta da quella voyeuristica visione da guardoni che è propria invece del moderno Reality Show. Bisogna lavorare per sottrazione allora, ad eliminare del tutto quel termine mancante. E’ lo stesso lavoro di Janina ad aprire la strada mettendo in gioco la dialettica tra pubblico e privato, tra dicibile e ineffabile. Apparentemente i suoi scritti sembrano inserirsi in un circuito chiuso che elude tanto la dimensione del proprio vissuto emotivo, quanto quella collettiva. Una macchina puntigliosa ferma sulla carta significanti sterili e matematici, dove pathos e ethos si annullano. Eppure, sostiene la Deflorian, l’azione di questa donna sembra aver a che fare con un altrove non raccontato, con una dimensione metafisica da indagare, quasi che la scelta volontaria fosse quella di celare l’essenziale. Inoltre, aggiungiamo noi, se da una parte il soggetto sembra oggettivarsi solo attraverso un’indagine privata e analitica del sé, dall’altra, fanno riflettere la continuità e la decisione di conservare questi scritti. A futura memoria. Nessuna violenza dunque, così come ha suggerito qualcuno. Un tradimento necessario, certo. Di fronte ad un’individualità scissa tra il detto e il non detto – ineludibile punto di partenza- si pone lo sguardo critico dell’arte, a dialogare con la Storia passata e presente, a riflettere sulla propria identità e sulla propria dimensione quotidiana.

Francesca Bini
Osservatorio critico Roma2

domenica 16 gennaio 2011

OSSERVATORIO CRITICO UNIVERSITARIO - Sesto incontro

Settimo incontro - 3 novembre 2010

NOVO CRITICO 2010 - "Studio per un manicomio"
Teatro Forsennato incontra Florinda Nardi




Teatro Forsennato incontra Florinda Nardi.

Università di Tor Vergata, Aula Moscati.
Due attori siedono sul tavolo della commissione d’esame.
Cadute le barriere didattiche ci ritroviamo in un manicomio: sullo sfondo la figura di Carlo Angela, direttore della casa di cura torinese per malattie mentali “Villa Turina Amione”. E’ qui che durante la dittatura fascista Angela salvò, facendoli ricoverare e insegnando loro a simulare le condizioni dei “veri” malati mentali, un gran numero di antifascisti ed ebrei. I protagonisti sono Enrico - Dario Aggioli- fascista che soffre di autismo, e Ferruccio – Angelo Tantillo - ebreo che finge la follia per eludere le leggi razziali.

A risposta di una domanda non formulata,
Enrico si alza: sa ciò che deve cantare e sembra goderne.
Faccetta nera..bell’ abissina…
Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina!
Godimento autistico e più che mai illusorio di chi si sente finalmente parte di un sistema.
Enrico ha bisogno della “maschera fascista” e sarà Ferruccio, l’ebreo,
a porgergliela come se fosse un gesto quotidiano, abituale.

Il frammento della nuova produzione di Teatro Forsennato viene presentato al pubblico due volte e interrotto da una discussione tra il regista-attore Dario Aggioli, e il suo compagno di scena. Tra la rappresentazione e la teoria del suo farsi non ci sono tempi morti. La seconda volta si notano il cambiamento e in alcuni casi, le migliorie. Siamo di fronte a un atto performativo meta teatrale molto più esaustivo delle discussioni successive. All’apertura del dibattito vengono comunque chiariti alcuni punti relativi al modus operandi della compagnia: l’utilizzo di un canovaccio autoriale, la pratica improvvisativa, l’inclusione attiva dello spettatore. E’ nel manifesto programmatico di Teatro Forsennato l’intenzione di rivalutare il carattere unico e irripetibile dell’evento spettacolare, a curare il dettaglio del contingente, l’interstizio mutevole del reale. Interessante l’uso della mezza maschera della Commedia dell’arte come strumento di studio da abbandonare lungo il percorso. A tale proposito: i costanti riferimenti alla Commedia all’improvviso, necessari a nient’altro se non ad una sterile categorizzazione, sono sembrati a tratti anacronistici. Nonostante l’utilizzo di alcuni strumenti noti, la volontà della compagnia non sembra certo essere quella di un revival della Commedia dell’Arte, quanto piuttosto il riconoscimento di un metodo utile al proprio lavoro.

Ma qual è il punto secondo me importante della mezza maschera?
Che togliendosela, l’attore deve finalmente capire che è lui stesso, tutto se stesso, una maschera.
A quel punto sei diventato un attore, un attore vero.
Leo de Berardinis-

Francesca Bini
Osservatorio critico Roma2




TRITOLO&DINAMITE
L’han detto.
Forse poi l’han pure fatto.

Che tremendo risveglio l’interruzione da un sogno che ti parlava come fosse verità.
Han zittito una platea esigua,è vero,ma pur sempre rispettabile.

Forse no invece,la memoria mi zoppica e a focalizzar ben bene Dario Aggioli e Angelo Tantillo (Teatro Forsennato) il pubblico l’hanno fagocitato.

E poi gli è toccato scontarla lunga per aver affermato quel che in pochi hanno digerito.

Un ebreo che fugge morte
dal mirino della sorte
in un’epoca lontana
che esigeva razza ariana
e che fronte ad uno specchio
si trasforma nel soverchio
di sua mente sana e lucida
in un’altra tarda e impudica
che rinchiusa già dov’è
canta “    Viva il nostro Re!”
ben convinto che il regime
sia l’amico da obbedire.

Lo han detto e poi lo han fatto.

“ Nei nostri lavori,abbiamo scelto di superare gli psicologismi”.

“Stanislavskij se n’è andato!”
Questo pare ormai assodato
col suo metodo interiore
che ti suscita il fervore
per un che da recitare
come fossi tu a parlare.

Cacciavite poco pratico
tanto che ti rende apatico
della voglia d’esplorare
nuovi muri da forare.
Degli avvitatori è l’epoca
non si turbi la poetica
che se il risultato è quello
non fissarti sul fardello
di qualcosa che s’è spento.

Attenzione platea cara
la notizia non è amara
ma che a voi sia bell’è chiara:
superar NON ignorar
nonostante all’infinito
di grammatica condito
faccia rima con il verbo
che si coniuga alla prima
delle tre la più cospicua.

E’ paura quel che inganna
la risposta di un programma
che sol vede sulla forca
la sua antica e ordita trama
che sul volto alliscia e chiama
la filosofia d’un mito
che l’Aggioli ha sostituito
con proposte ben nascoste
che non sparano alla storia
ma ne cercano di nuova.

A tal punto è cosa stanca
la pretesa che v’arranca
di fissarvi sull’idea di saper
se l’ebreo e il folle (che di stile non è molle)
abbian costruito i tipi
sui colori stabiliti
dall’analisi freudiana
che sua gonna fa campana.

Fuor dal vetro invece un coro
che la psicologia è d’oro
pur mostrando che alle volte
fa da sé la buona sorte
che ti da in eredità
quattro maschere a metà
che col nuovo van riempite
di tritolo e dinamite
per qualcosa da cercare
ma altresì da superare
in quel che chiamano intelletto
dell’attor sotto al berretto
che la psiche è cosa certa
ma superata è l’era di sua scoperta.


Maria Rita Di Bari

Osservatorio critico Roma2